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giovedì 21 maggio 2020

Partenope la Sirena.



Si chiamava Partenope, dal greco "vergine", è la leggenda della sirena che venne a morire sulle spiagge di Opicia, terra degli antichi Opici, abitanti della Campania. La città le costruì un sepolcro ed intorno ad esso eressero le sue mura.

E' la leggenda della nascita della città di Neapolis, fondata dai greci nel IV secolo a.C., dove si narra che Partenope, sorella di tre sirene, Telxiepia (incantatrice) e di Leucosia (dalle bianche membra), morì sulle coste di Napoli, secondo alcuni su l'Isolotto di San Leonardo, ormai trasformato nell'attuale "Rotonda Diaz", per altri sull'isolotto Megaride, dove oggi sorge il Castel Dell'Ovo e l'intero Borgo Marinaro.
La Leggenda della Sirena Partenope, è narrata da Omero nel XII canto dell’Odissea: Ulisse, noto per la sua curiosità, volle ascoltare a tutti i costi il canto delle sirene, le quali attraevano i navigatori con le loro voci angeliche e melodiose, per poi ucciderli, Avvisato dalla maga Circe, l’uomo prese delle precauzioni: ordinò ai suoi uomini di mettere tappi di cera all'orecchio e si legò all'albero maestro della sua nave vietando ai suoi uomini di slegarlo. L’idea sortì i suoi effetti, Ulisse non cadde preda delle dolci creature marine. Le sirene ci rimasero molto male e per la delusione si suicidarono schiantandosi sugli scogli.
La sirena Partenope, fu portata dalle correnti marine proprio tra gli scogli di Megaride (dove oggi sorge Castel dell’Ovo). Lì fu trovata da dei pescatori che la venerarono come una dea , una volta approdato sull'isolotto, il corpo della sirena si dissolse trasformandosi nella morfologia del paesaggio partenopeo, il cui capo è appoggiato ad oriente, sull'altura di Capodimonte ed il piede, ad occidente, verso il promontorio di Posillipo. Così divenne la protettrice del luogo e diede il nome a quel piccolo villaggio. Da allora, come per “incanto”, la città, pur a distanza di secoli continua ad essere chiamata “città partenopea” e la bella Sirena ne è il simbolo, le è anche stata dedicata una Fontana a Piazza Sannazzaro. Il mito lo ritroviamo anche nei luoghi circostanti alla città, Capri è infatti considerata la terra delle sirene. Osservandola dal Golfo possiamo notare i tratti di un corpo femminile con il capo corrispondente al monte Tiberio, e i fianchi in prossimità di monte Solaro.

Esiste anche una versione meno fantastica, si narra infatti che Partenope fosse una fanciulla che viveva in Grecia, in un paesino che si affacciava sul Mar Jonio. La donna era innamorata del giovane Cimone, ma il loro amore era contrastato dal padre che l’aveva promessa ad Eumeo. Un giorno i due innamorati, decisero di fuggire e approdarono sulle coste italiche, qui scoprirono una terra molto fertile e ben presto la voce si sparse. Molti arrivarono sulle coste di Napoli in visita a un luogo così meraviglioso e Partenope, amata e rispettata per la pietà e la generosità che aveva dimostrato verso chiunque approdasse su quelle terre, divenne la Signora dei partenopei.

sabato 26 marzo 2016

Il Casatiello

(Il mio casatiello)

La diffusione del Casatiello, (nella foto sopra, quello che fa papà) così come della pastiera, altro piatto napoletano tipicamente pasquale, risale almeno al '600. Lo testimonia la seguente citazione tratta dalla favola La gatta Cenerentola di Giambattista Basile (1566–1632) che descrive i festeggiamenti dati dal re per trovare la fanciulla che aveva perso lo scarpino:
« E,venuto lo juorno destenato, oh bene mio: che mazzecatorio e che bazzara che se facette! Da dove vennero tante pastiere e casatielle? Dove li sottestate e le porpette? Dove li maccarune e graviuole? Tanto che nce poteva magnare n’asserceto formato. »
È preparato a partire da una pasta da pane, conciata con formaggio, strutto, ciccioli e altri salumi e ri-lievitata, quindi cotta, preferibilmente in forno a legna.
Mentre il tortano si consuma tutto l'anno, il casatiello è specifico del periodo di Pasqua (esso simboleggia la corona di spine del Crocifisso). A Pasqua molte panetterie vendono pasta da pane lievitata naturalmente che poi i consumatori avranno cura di conciare come da tradizione e cuocere nei forni di casa.

Esistono anche diverse versioni dolci. Una versione dolce del casatiello è preparata con uova, zucchero, strutto e glassa, e decorata in superficie con confetti colorati (in lingua napoletana diavulilli) tale variante è diffusa a Caserta ed è l'unica conosciuta nell'area vesuviana costiera. Altre versioni dolci sono diffuse a Monte di Procida e nel nolano.

Nel casatiello le uova vengono posizionate intere, crude e con il guscio, e vengono cotte insieme al rustico. Le uova sono parzialmente sporgenti e ben visibili sul casatiello, spesso ricoperte da una sottile croce di impasto:
« Nella sua prima semplicità popolare [il casatiello] non è altro che un pane di forma circolare, come un grosso ciambellone in cui si conficcano delle uova, anche uno solo, secondo la dimensione del pane e queste uova con tutto il guscio, sono fermate al loro posto da due strisce di pasta in croce. La pasta è la solita pasta del pane, ma intriso con lardo e strutto. Cotto al forno, le uova diventano sode.»

Ingredienti per un casatiello grande:
Per la pasta:
  • 1kg farina
  • lievito di birra 2 cubetti
  • 100 gr. strutto (sugna)
  • poco sale, molto pepe
Per il ripieno:
  • 400 gr. di pecorino (oppure formaggi misti: provolone piccante, grana, emmenthal, fontina, ecc.)
  • 400 gr. di salame tipo napoli
  • sale, pepe.
Per la guarnizione:
  • 5 uova
Preparazione:
 ricetta-casatielloLa ricetta del casatiello, è uguale a quella del tortano, solo che le uova invece di essere sode e messe all'interno a pezzettini, vengono messe sopra crude e fermate da striscioline di pasta messe a croce sull'uovo.
-Stemperate il lievito in acqua tiepida (che non sia troppo calda).
-Disponete la farina a fontana, ponetevi al centro lo strutto, il sale, il pepe, il lievito sciolto nell'acqua, e  aiutandovi con altra acqua tiepida, mescolate tutto fino a ottenere una pasta morbida che lavorerete con forza per una diecina di minuti battendola sul tavolo.
-Fatela poi crescere in una terrina coperta, in luogo tiepido, per un paio d'ore o fin quando la pasta avrà raddoppiato di volume.
-Tagliate tutti i formaggi e il salame a dadini.
-Quando la pasta sarà cresciuta, staccatene una pagnottella e tenetela da parte.
-Battete tutto l'impasto rimanente con le mani e stendetela allo spessore di un centimetro.
-Disponete su tutta la superficie, uniformemente, il ripieno, e arrotolate con delicatezza la pasta, il più strettamente possibile.
-Ungete di strutto un ruoto (uno stampo largo col buco centrale);
-disponetevi il rotolo di pasta a ciambella, unendone bene le estremità e rimettetelo a crescere in luogo tiepido coprendolo con un panno.
-Quando il casatiello avrà lievitato (accorreranno almeno due ore), disponete le 5 uova su di esso a intervalli regolari, e fermatele con delle striscioline incrociate fatte con la pasta che avete tenuto da parte.
-Infine infornatelo a forno già riscaldato a 160° per i primi 10 minuti poi a 170°-180° per un'ora di cottura complessiva.
-Sformatelo quando sarà tiepido.
BUONA PASQUA!
Il casatiello, è ottimo sia caldo che freddo, e anche riscaldato.
Osservazioni: alle volte, quando nella pasta ci sono grassi e ripieno, la lievitatura tarda a verificarsi; sarebbe quindi opportuno, per non avere sorprese, fare la pasta il giorno precedente a quello in cui verrà consumato.

venerdì 18 marzo 2016

La Zeppola di San Giuseppe.


Con il nome di zeppola (chiamata 'a zeppola o zéppele) si indica un dolce tipico della tradizione pasticcera italiana che è preparato con modalità leggermente diverse nelle varie regioni. Nelle regioni dell'Italia centro-meridionale è un dolce tipico della festa di San Giuseppe ed è perciò detta zeppola di San Giuseppe, in altre zone è invece un dolce carnevalesco.

Le zeppole di San Giuseppe sono molto popolari nella zona vesuviana e un tempo erano preparate direttamente nelle strade. Malgrado il nome, non traggono le proprie origini nel comune di San Giuseppe Vesuviano: ci sono varie ipotesi sull'invenzione di questo dolce, riferita sia alle suore di San Gregorio Armeno sia a quelle della Croce di Lucca, sia a quelle dello Splendore, sempre comunque a Napoli.


Nell'antica Roma il 17 marzo si celebravano le Liberalia”, feste in onore delle divinità del vino e del grano. Per omaggiare Bacco e Sileno, precettore e compagno di gozzoviglie del dio, il vino scorreva a fiumi: per ingraziarsi le divinità del grano si friggevano frittelle di frumento.
A San Giuseppe, che si festeggia solo due giorni dopo (19 marzo), la fanno da protagoniste le discendenti di quelle storiche frittelle: le zeppole di S.Giuseppe.
Nella sua versione attuale, la zeppola di S.Giuseppe nasce come dolce conventuale: secondo alcuni nel convento di S.Gregorio Armeno, secondo altri in quello di Santa Patrizia. Ma c’è anche chi ne attribuisce “l’invenzione” alle monache della Croce di Lucca, o a quelle dello Splendore.
La prima zeppola di San Giuseppe che sia stata messa su carta risale comunque al 1837, ad opera del celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino.
Il 19 marzo si è sempre festeggiato inoltre la fine dell’inverno (la primavera è ormai nell'aria): durante i cosiddetti “riti di purificazione agraria” vengono accesi in molti paesi del meridione dei grandi falò, e preparate grosse quantità di frittelle.
Un tempo a S.Giuseppe, patrono dei falegnami,si festeggiava la loro festa e venivano messi in vendita tutti i tipi di giocattoli di legno. Tutti i bambini ne riceveva in dono dai genitori qualcuno.
Oggi invece, dal 1968, da quando cioè il giorno di S.Giuseppe è stato decretato festa del Papà, il 19 marzo sono i figli a fare regali ai padri.


La prima ricetta scritta risale al 1837, nel trattato di cucina napoletana di Ippolito Cavalcanti.

Vengono preparate generalmente nel periodo di San Giuseppe (19 marzo) tanto da essere un dolce tipico della festa del papà. Gli ingredienti principali sono la farina, lo zucchero, leuova, il burro e l'olio d'oliva, la crema pasticcera, una spolverata di zucchero a velo e le amarene sciroppate per la decorazione. Nella tradizione napoletana esistono due varianti di zeppole di San Giuseppe: fritte e al forno. In entrambi i casi le zeppole hanno forma circolare con un foro centrale dal diametro di 2 cm circa e sono guarnite ricoprendole di crema pasticciera con sopra delle amarene sciroppate. Alcune pasticcerie provvedono anche alla farcitura interna della zeppola con tale crema, discostandosi dalla tradizione. Ultimamente si trovano zeppole ripiene di crema gianduia e panna. Infine questo dolce viene sottoposto a una spolverata di zucchero a velo.

domenica 8 novembre 2015

San Gregorio Armeno

Siamo ad un passo dalle festività natalizie, e da sempre chi arriva a Napoli per queste vacanze ha una tappa obbligata, visitare la famosissima via dei presepi, via San Gregorio Armeno.
Ogni anno infatti, turisti ed i napoletani stessi, affollano la strada nel periodo delle festività per visitare e acquistare i pastori fatti a mano, famosi in tutto il mondo per la loro arte, dove i maestri presepiali mostrano tutta la loro bravura con le statuine classiche e quelle di personaggi famosi.


La storia dei presepi di San Gregorio Armeno è legata alla omonima chiesa. Durante il periodo romano la zona fù sede di un tempio dedicato a Cerere, la dea delle messi, sul quale sia stata poi edificata la Chiesa di San Gregorio Armeno.
La popolazione offriva come ex voto delle statuette in terracotta alla divinità, realizzate nelle botteghe di artigiani ben diffuse su questa strada. Dunque la stessa nascita del presepe napoletano trarrebbe origine secondo alcuni dalla fabbricazione di questi oggetti in onore di Cerere dopo il successivo avvento del Cristianesimo.

Il primo presepe napoletano verrà però concepito solo alla fine del Settecento e questa tradizione 
continua ancora oggi.
I pastori del presepe napoletano sicuramente si identificano con antiche figure religiose, ed hanno forti significati simbolici. I maestri artigiani da secoli lavorano nelle loro botteghe e sono tra i più bravi al mondo, e rendono famosa nel mondo una tradizione che è tutta napoletana. Oltre alla figure tradizionali quello che distingue il presepe napoletano da tutti gli altri è la personalizzazione di tutti i personaggi pubblici italiani e stranieri che hanno avuto particolare rilevanza durante l’anno, e soprattutto nell’immediato periodo delle festività e che hanno quindi l’onore di essere immortalati con una statuina. Tra le figure più presenti si conferma ogni anno la figura di Diego Armando Maradona, il più grande calciatore di tutti i tempi,nonchè la solita statuina di Berlusconi spesso in compagnia delle sue “fidanzatine”.Da qualche anno ha fatto anche la sua comparsa nel presepe napoletano anche Beppe Grillo.

Per arrivare a San Gregorio Armeno dalla stazione centrale si deve attraversare l’antistante piazza Garibaldi per raggiungere Corso Umberto (comunemente chiamato Rettifilo). Dopo dieci minuti di cammino si arriva all’altezza di via Duomo, e la si sale fino ad arrivare all’altezza di Spaccanapoli o, poco dopo, di via dei Tribunali. La scelta di dove girare è indifferente, in quanto la strada collega i due decumani perpendicolarmente. In alternativa, sempre dalla stazione centrale, potete prendere la metro linea 1 e scendere a piazza Dante. Da lì proseguite per Port’Alba e lungo via dei Tribunali. L’occasione è ottima per visitare i pezzi più belli del centro storico: dalla Chiesa del Gesù Nuovo, nell’omonima piazza, al Chiostro di Santa Chiara, dalla Cappella Sansevero a Napoli Sotterranea. Ma soprattutto è il momento migliore per fermarsi a mangiare in una delle pizzerie dei Tribunali, che sono conosciute per essere le migliori di Napoli. Ricordate che molte di esse fungono anche da ristoranti, e potete quindi assaggiare le specialità della cucina napoletana. Senza dimenticare, naturalmente, di fare un salto nelle pasticcerie per gustare i dolci della tradizione natalizia locale: struffoli, mustacciuoli e roccocò.

mercoledì 4 novembre 2015

Il Cimitero delle Fontanelle



IL CIMITERO DELLE FONTANELLE È UN'ENORME CAVA DI TUFO NELLA SANITÀ CHE OSPITA GLI ANTICHI RESTI OSSEI DI DEFUNTI DEI CETI SOCIALI PIÙ BASSI

Un luogo tra magia, esoterismo e tradizione che racconta misteri e stranezze di Napoli attraverso culti pagani non consentiti dalla Chiesa e la pietà delle abitanti della zona che nel tempo si sono prese cura dei più sfortunati. Le cavità tufacee della nostra città cullano ricordi e segreti della Napoli che fu. E così, da una semplice porticina si accede a un tunnel che ci porta sotto, in luoghi inesplorati fino a un decennio fa, e conosciuti solo da chi ci abitava accanto e forse da qualcuno a Palazzo San Giacomo. Questi cunicoli tortuosi risalgono a tantissimi anni fa e sono stati sviluppati nel corso dei secoli per servire esigenze strategiche legate al trasporto/fuga della famiglia reale di turno.

E sono stati riutilizzati come ricoveri anti-bombardamento durante la seconda guerra mondiale. Questi passaggi percorrono le arterie principali della città e mettono in comunicazione zone superficialmente distanti, con sorprendente rapidità ed efficenza. E girando di qua e di là ci si imbatte in rirovamenti dal gusto esoterico, figli di culti pagani che la Chiesa ha abbondantemente sconfessato: il cimitero delle fontanelle e le anime pezzentelle sono uno straordinario esempio di queste "impertinenze". Il sito, che si trova nel quartiere Sanità, risale al XVI secolo: in questo periodo Napoli fu sconvolta da rivolte popolari, carestie, terremoti e addirittura cinque eruzioni del Vesuvio.


I cadaveri delle vittime che non potevano permettersi degna sepoltura venivano qui raccolti: all'interno delle cave di tufo, che fino all'Ottocento hanno fornito i materiali da costruzione per palazzi e ville di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati. Il cimitero rimase poi abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, con l'aiuto di donne del popolo, riordinò le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e preservano, seppur tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Maddaloni e di Donna Margherita Petrucci; entrambi riposano in bare protette da vetri.

Oggi, il cimitero, dopo vari riutilizzi (le cavità partenopeee hanno funzionato anche come deposito per mezzi e merci sequestrate) è un insolita meta turistica per napoletani e non, grazie al macabro fascino che evoca tra intrighi, miracoli e culti sotterranei.

mercoledì 5 novembre 2014

La storiella delle statue del Palazzo Reale di Napoli.

C’è una lunga discussione che va avanti dalla fine dell’Ottocento tra le statue del Palazzo Reale di Napoli.


Carlo V d’Asburgo, indicando una pozza d’acqua a terra esclamò: “chi a fatto pipi qui a terra?“. 


Carlo III di Borbone risponde: “Io non ne so niente“, 


mentre Gioacchino Murat ribatte: “sono stato io, e allora?”. 


A questo punto, l’intervento di Vittorio Emanuele II è il più drastico, sguaina la spada e urla: “ora te lo taglio (eviriamolo)”.

Queste straordinarie statue, ormai hanno un ruolo importante nella città di Napoli, sono opere che vivono in città , con la città . Si trovano a Piazza del Plebiscito, dove spesso si possono ammirare anche piccoli scugnizzi giocare a pallone, in fondo anche la storiella sottolinea l’aspetto umano dei regnanti eliminando ogni alone di sovrana regalità .

Eccoli tutti insieme i Re di Napoli, Partendo da sinistra, mi piace scherzare dicendo che Ruggiero II detto "Il Normanno", Re di Sicilia (Regno che comprendeva tutto il sud Italia) e primo vero Re di Napoli, sia in effetti un mio antenato. Quando dico la "Mia Napoli" non scherzo mica? :D

Un saluto da Ruggiero Vincenzo.



domenica 24 novembre 2013

Natale a San Gregorio Armeno.


Manca un mese per Natale, chi non è mai stato a Napoli in questi giorni, non ha mai visto cosa significa "addobbo natalizio" in San Gregorio Armeno, San Biagio dei Librai e limitrofi.
Una sfilata di bancarelle, piene di oggetti di ogni manifattura, pastori, addobbi, lucine colorate e stelle filanti. Musica e atmosfera natalizia accompagnano questa bellissima passeggiata tra i vicoli di Napoli.


Omaggio a Massimo Troisi. (19/02/1953 - 04/06/1994)

I eri ricorreva la scomparsa premature del grande Massimo Troisi, (San Giorgio a Cremano, 19 febbraio 1953 – Roma, 4 giugno 1994). Principal...